• Mio

    Il mio nono compleanno

    Sono nato 9 anni fa.

    Sono ancora piccolo d’età, sono solo un bambino.

    Ma sono cresciuto grazie alle parole, alle esperienze, agli occhi e gli sguardi che in nove anni cambiano, e tanto.

    Cambiano sì, ma sono il frutto di una voglia che rimane intatta, 9 anni fa, come oggi: la voglia di guardare, di ascoltare e di stupirsi.

    Buon compleanno a me!

     

  • Istantanee,  Mio

    I passi

    Si fanno passi per andare e a volte per tornare.

    Anche per svago, si fanno passi, sovrappensiero la maggior parte delle volte.

    Passi lenti, veloci, cadenzati, irregolari, sincronizzati.

    Passi a tempo coi pensieri.

    Passi rumorosi o leggeri che non emettono suoni.

    Fedeli compagni di viaggio.

    Si fanno passi per andare e a volte per tornare.

    A volte loro svoltano e tu no. A volte sono pronti ma sei tu a fermarli.

    Pensaci ai passi come parte di te, come parte di un corpo che troppo spesso dimentichi.

    Pensaci, e non lasciare che restino riflessi incondizionati dei tuoi giorni.

    Conta i tuoi passi, guardali e ogni tanto voltati, per stupirti delle strade che ti hanno fatto percorrere e scoprirti, si spera, diverso.

    Mi riconosci ho le scarpe piene di passi…

    Cantava Jovanotti e oggi Giorgia.

    Beh, riconoscili e riconosciti anche tu, nei tuoi passi.

  • Istantanee

    La normalità

    La normalità è un dialogo senza incertezze.

    Sono le ore che passano senza intoppi e senza che neanche te ne accorgi.

    La normalità è quando si è spontanei e vengono fuori battute, risate, commenti o silenzi leggeri, quelli che non pesano, ma che “ci stanno”.

    Quando gli argomenti vengono da soli e non li devi pensare.

    Quando pure i gesti non li devi pensare, li fai e basta.

    Ben vengano i discorsi tanto per dire, le risate leggere, le ore spese a non fare niente di chè, a non pensare a problemi, risoluzioni, paure e paranoie, che a volte neanche le distingui più.

    Ben venga il tempo vissuto semplicemente perchè è tempo da vivere ed è normale farlo.

    Che il tempo dell’orologio scandisca le abitudini, senza dover progettare, prevedere e risolvere.

    Cose tipo…mangio perchè ho fame ed è ora di cena..cose così.

    Invece, la normalità spesso non è semplicità.

    Si sentono dialoghi tra sordi, autocensure per paure e incomprensioni, equilibri delicati di fiducie reciproche da validare continuamente, ragionamenti e revisioni di ragionamenti, traduzioni filtrate, aspettative.

    Auguro a tutti di appropiarsi “semplicemente” di normalità.

     

     

     

     

     

  • Mio

    Soddisfazione personale

    Oggi mi è capitata questa piccola ma grande soddisfazione personale.

    Sì, forse mi basta poco per avere una soddisfazione personale, ma tant’è…per me è importante.
    É andata così: ho letto su fb un post di un mio caro professore di Università e trattandosi di tematiche a cui tengo e legate al mio lavoro, non ho potuto non condividerlo.
    Il fatto che mi abbia commentato in un modo così gentile, mi ha fatto davvero piacere.
    Belli i ricordi di chi è passato nella tua vita e per un attimo l’ha accompagnata.
    Bello ricordare cosa abbiano rappresentato.
    Mi basta poco, sono fatta così.

     


     

  • Mio

    Quasi 37.

    Ne ho quasi 37. Domani sarà il primo mio compleanno in cui tu non ci sei.
    Domani sarà il primo mio compleanno di cui ho memoria in cui pioverà e pioverà forte.
    Anche il tempo rispecchierà la tua mancanza.

    Vado avanti. A passi spediti senza fermarmi. Perché so che funziona così, che si deve fare così.

    E so anche che tu lo vorresti.
    Mentre corro, l’immagine di te mi si palesa davanti agli occhi, all’ improvviso, quando non c’entra niente. Un flash e subito dopo il pensiero dell’impossibilità di rivederti ancora. Perdo in un attimo letteralmente fiato, scuoto la testa e corro di nuovo.

    Il 31 maggio alle 13.28 ero con te l’ultima volta e anche in quel momento ho dovuto scrivere.

    “Ti guardo le mani perché sono le uniche che non sono cambiate.
    La metto sopra la mia come si fa con le principesse, perché questo sei.
    Unghie curate, pelle sottile.
    La senti la mia mano?
    Riguardo una tua foto per rivedere il tuo viso.
    Ti sussurro all’orecchio sperando che in qualche modo tu sappia che non sei sola.
    Ormai, spero ad ogni respiro che sia l’ultimo.
    Grazie di tutto.
    Grazie per l’amore, la presenza, l’aiuto.
    Per l’accettazione incondizionata. Non li dimenticherò mai”.

    A distanza di giorni, c’è ancora molto da dirti.

    Grazie nonna per avermi ascoltato quella volta – e te n’è bastata solo una – per sentirti dire sempre da quel momento in poi, che sono bella.

    Proverò a mangiare l’arancia con forchetta e coltello, come te.

    Per tenere sempre la bocca sempre aperta, non ci sono problemi, lo faccio sempre anch’io.

    Di tossire con la lingua di fuori, non se ne parla, quello non riesco proprio a farlo, rimarrà un tuo primato.

    Quando mi sentirò sola, ti prometto, che rivedrò i tuoi occhi quando mi vedevi e la tua voce che mi diceva “la mia bambola”.

    So che ci sei, dentro e tutto intorno a me.

    Scriverò sempre, proprio come tu mi spingevi a fare.

    Magari un giorno, ma quello non te lo prometto, riuscirò pure a partecipare a un concorso, proprio come volevi tu.

    Scusa se ci ho messo tanto a “sistemarmi” e sappi che se succederà, gli o le parlerò di te.

    Non ti dimenticherò mai.

    La tua “gioia”.

  • Mio

    17 Maggio

    Non è necessario dire tutto.

    Certe cose non si dicono, si fanno.

    Con onestà, dignità e silenzio.

    Che tu possa bastare a te stesso.

    Che tu possa conservare il pudore dei tuoi pensieri, di certi sentimenti e anche delle paure.

    La comprensione che serve, passa attraverso gesti e azioni, più che le parole.

    Le parole sono splendidi ornamenti che possono accecare e distrarre.

    Hanno bisogno di orecchie troppo attente, allenate e presenti. E restano comunque chimere.

    Le parole passano attraverso concetti, veloci, molteplici, privati.

    Ti bastino i tuoi.

    Che ti bastino i gesti, gli occhi, il silenzio e il non detto.

    Quelli che scaldano e dicono tutto.

    Che il dubbio di essere compreso, si trasformi in certezza, comunque.

    La mia grande e piccolissima Fiammetta, la mia nonna, dagli occhi netti color fondente.

     

  • Libri & Fumetti

    Storia della mia ansia~Daria Bignardi

    È uscito Storia della mia ansia, il nuovo libro di Daria Bignardi.

    Ho letto praticamente tutti i suoi libri, non potevo non leggere la trama, per scoprire questa volta di che cosa si trattasse.

    Storia della mia ansia è  una scelta azzeccatissima per attirare l’attenzione di un’ansiosa come me e, credo, della maggior parte della popolazione umana onesta…chi non soffre di ansia?

    Qui però si scopre fin da subito che non si tratta di un’ansia qualsiasi, come quella prima di un esame, o di una prova importante, oppure quella che ti coglie prima di dover affrontare un estraneo per un colloquio o avere un confronto serio e delicato con un amico. No. L’ansia che racconta Daria è quella che si replica, che cresce dentro di sé e come parte di sè, per un modello a cui non si poteva sfuggire, quello genitoriale.

    Lea, la protagonista (anche lei, bel nome), era una bambina piccola, la secondogenita, che metteva le lancette dell’orologio indietro di dieci minuti ogni sera, perché la madre se alle otto in punto non vedeva arrivare il marito, era certa che fosse morto, e per questo rallentava i rituali della preparazione della cena, per scampare l’assai probabile pericolo.

    Altre volte, Lea parla della madre come di una madre “capace di un amore incondizionato e autolesionista” che proprio con questo suo amore, le ha fatto credere che “chi ci ama davvero, è capace di tutto, ma non è cosi”. Daria, però, non si sofferma a lungo a parlare di lei e del legame che le tiene unite, ma solo con queste poche descrizioni fa intuire un mondo, che è il cuore, il centro esatto che spiega come Lea affronta la vita e le dure prove che proprio la vita le pone davanti.

    Lea scopre di avere un tumore al seno, del tutto inaspettatamente, senza nessun sentore, senza nessuna spiegazione o probabilità lampante per una donna con un tenore di vita sano, magra, senza vizi, se non uno, che però non provoca il cancro. Il vizio più grande di Lea è rincorrere un amore “malato” per il marito Shlomo. Malato, perché è un amore che pretende, che è fatto di continue richieste di attenzioni, più o meno palesate (ma tanto si sentono comunque), attenzioni ancor più insensate per un uomo tutto di un pezzo come Shlomo, concreto, fatto di gesti e non di tante parole, ancor meno se affettuose, che non servono a niente. Di fronte a una persona così, Lea ha due possibilità: o pensare che dentro quei silenzi ci sia un mondo fatto di risposte sacre e di certezze di un uomo guru che ha scoperto le verità del mondo e non le dice né tanto meno si abbassa a dare conferme di nessun tipo, oppure di un uomo stronzo che di lei se ne frega. L’unica certezza che ha Lea è che lo ama e non può immaginarsi una vita senza di lui e senza i suoi figli, senza la loro realtà, costruita col tempo, negli anni, complicata e a volte insopportabile, ma profondamente sua. Neanche l’incontro con Luca, un ragazzo molto più giovane di lei, conosciuto durante la prima chemio, la convincerà che il suo posto sia davvero da un’altra parte.

    Questo libro non è la storia di chi sopravvive a un tumore, ma di chi attraverso questa esperienza – ma potrebbero anche essere altre- impara a saper vivere. Sicuramente ritardare la morte, vincendo quella battaglia, a cui comunque ti stavi preparando per paura, perché può davvero capitarti, ti fa sentire come se non avessi più da perdere niente. Come se il peggio fosse passato. E ti da la spinta per rivederti e riconsiderare le cose. Parte da lì, ma non è solo questo.

    Credo che per Lea fosse necessario quel passaggio per scoprirsi libera. Ma non libera di osare e di vivere la vita, perché è sopravvissuta. Libera di pensare a se stessa. Di fregarsene di dare e ricercare attenzioni, di riuscire a vivere sulla propria pelle e davvero quello che da giovane lei stessa si era ripromessa di fare, soffocata dall’amore di una madre potente perché troppo presente, da tutelare. E cioè pensare prima a sé e poi agli altri. Perché se ti ami, gli altri ti ameranno e se non lo faranno, pazienza, basti tu.

    La battaglia più dura è davvero contro se stessi e non finisce mai. Per questo immagino e spero in una Lea che, scoprendo la chiave giusta, l’abbia fatta talmente sua, da non ricaderci più. Nella vita difficilmente succede, ma almeno nella splendida vita dei romanzi, voglio davvero pensare che sia così. Glielo auguro, se lo merita.

  • Film e Cartoni

    Il padre d’Italia.

    Il film Padre d’Italia di Fabio Mollo, ha sucitato in me molte riflessioni e dubbi, confermato alcune mie idee, dato nuove speranze.

    Quando ci si sente persi, a volte si ha la necessità di perdersi ancora di più, a volte, di aggrapparsi a qualunque cosa. Come alla mano di una sconosciuta che in un locale a “luci rosse” ti prende e ti obbliga a prenderti cura di lei.

    Sì, perchè quando ci si perde, sentirsi utili e dare, è come aria, un’aria fresca, rigenerante, che ti fa respirare finalmente meglio.

    Paolo, interpretato magistralmente da Luca Marinelli, è un ragazzo dal carattere apparentemente anonimo, orfano, omossessuale, ha un lavoro sicuro nella grande distribuzione, soffre d’amore per Mario, che lo ha lasciato dopo 8 anni. Mia, interpretata dalla bravissima Isabella Ragonese, è una giovane donna dai capelli rosa, incinta, fa la cantante, una professione che sembra svolgere quasi per caso, è una persona profondamente libera, forse per la necessità di non venire a patti  dalle stupide regole e preconcetti della sua famiglia d’origine, che non sapendola accettare per come è, preferisce lasciarla andare, come un’anomalia di cui doversi per forza liberare.  Mia è alla costante ricerca di vita e di felicità, affronta ogni giorno come viene,  senza certezze, e le va quasi sempre bene.

    Il film racconta di un viaggio, quello di Paolo e Mia verso “casa”, qualche posto in Italia dove ripartire, per provare ad “immaginare un futuro”.

    I due personaggi a poco a poco si svelano, costruendo fiducia e un legame indissolubile. Come un perfetto incastro e contaminazione tra due realtà personali tanto diverse ma tanto bisognose l’una dell’altra.

    Chi cambierà di più sarà Paolo, prima impaurito  dalle responsabilità, quelle canoniche di una vita prescritta fatta di matrimonio e figli, poi libero di buttarsi nel vuoto, in un futuro indeterminato in cui “non si sa immediatamente quando capitano le cose se siano belle o brutte” ma si sa che “in qualche modo si farà”.  Con l’unica certezza che “ogni miracolo per definizione è contro natura” e la scoperta che possono capitare anche a lui.

    Chi resterà più fedele a se stessa invece sarà proprio Mia, che proprio come la sua natura vuole, arriva, ti cambia la vita e se ne va.

    Credo che questo film, al di là di certi piccoli scarti nella sceneggiatura e certi passaggi, forse volutamente surreali, sia un  film ben fatto, davvero ben interpretato e davvero denso di contenuti che vanno anche al di là del detto.

    Non ci sono troppi dialoghi, ma sono precisi e colgono subito il punto, o meglio i punti – messaggi che ci vogliono lasciare.

    Tra i tanti, il film sottolinea quanto oggi la vita sia un grande casino. Certo, i problemi ci sono sempre stati e sempre ci saranno, per le persone e per le società in cui sono immerse. Oggi però, credo più che un tempo, è un casino perchè i nemici non hanno facce.

    E’ difficile individuare chiaramente quale sia il tuo nemico e  impegnarsi per sconfiggerlo, nella convinzione che se si riuscirà a farlo, sicuramente si starà meglio.

    Tutto è indefinito,  una melma, in cui non si sta bene, ma neanche male, si sopravvive per la maggior parte dei casi. In cui magari da bimbo sognavi di fare l’architetto, ma poi da grande lavori all’ikea come commesso, hai la tua paga mensile e alla fine ti senti pure fortunato, perchè c’è chi non ha manco un lavoro. In cui a volte ti si insinua il dubbio di poter riuscire a realizzare i tuoi sogni – cazzo se c’è riuscita la Ferragni a vivere del suo The Blong Salad, forse ce la farai anche tu – ma poi invece scopri che comunque ci vogliono soldi per fare soldi e allora mandi tutto a fanculo perchè te i soldi non li hai, perchè i ganci pure quelli non li hai o non li sai sfruttare e allora ti barcameni o ti accontenti e vivi, come puoi.

    La mancanza di certezze è una nebbia, che impedisce di vedere chiaramente la strada da percorrere.

    Così credi che oggi più che mai occorra buttarsi, a caso, senza pensarci, che poi le cose vengono da sè, e magari ci provi pure, ma poi non ce la fai e allora ti scoraggi e ti fermi, per un po’ di tempo, indefinito.

    Allora ben vengano persone come Mia, che a lei non gliene frega un cazzo se non ha soldi, se domani non sa neanche cosa farà, perchè magari se ti capita di incontrare una come Mia, sarà proprio la sua incoscienza, il suo non pensare al domani, che proprio come a Paolo, ti potrà entrare sotto pelle e diventare parte di te, costringendoti a cambiare, in un modo che non avevi previsto, o addirittura proprio in quel modo che prima ti terrorizzava.

    E così, proprio come a Paolo, magari scoprirai di aver preso la mano ad una persona che tu pensavi di aiutare, ma che in realtà lei ha salvato te.

     

  • Istantanee

    La Marisa

    Oggi ho incontrato una signora di nome Marisa.

    Non avrei mai immaginato di incontrarti, Marisa, nè che sarei stata così predisposta dal propormi per accompagnarti, ma tant’è…è andata così.

    Sarà stato il tuo modo di parlare, quel tuo accento emiliano che mi fa sempre scattare qualcosa dentro e mi ricorda chi sono, oppure quel tuo modo buffo, che anche quello riconosco, di rivolgerti a me: “E chi è questo spilungo?”. Certo, a fianco a te sono davvero alta, tu sei “un metro e niente”, l’ossatura gracile e quell’età fragile di 87 anni.

    Non mi hai dato però l’idea di essere indifesa, non è certo indifeso chi alla tua età decide di uscire di casa in una mattinata di pioggia di inizio novembre, fare l’autostop, ritrovarsi dal giornalaio nella speranza di incontrare qualcuno che possa aiutarti a risolvere il tuo problema: trovare un carica batterie del cellulare che non funziona più.

    Beh, hai trovato me. Ho deciso che non potevo perdere l’occasione  di aiutarti, ma se sono onesta, scusami per questo, più per la curiosità di conoscerti meglio.

    Così, ci siamo ritrovate in macchina, tu volevi andare alla guida, hai detto per distrazione, ma hai provato a farlo anche al ritorno, perchè “una volta guidavi, anche se non eri tanto capace”. Mi hai detto che ti chiami Marisa e scrivi poesie che ti vengono pubblicate nel giornale parrocchiale, ne avevi un paio con te e me le hai lette durante il viaggio. Mi hai detto che sei di Bologna, ma vivi da vent’anni nel comune di Castelnuovo Magra, sei vedova con due figli maschi, e vivi da uno dei due.

    Ti ho lasciato all’Euronics, per andare a fare le mie commissioni, ma ci ho messo poco, avevo paura di perderti e invece ti ho trovata dentro il negozio, al bancone della Vodafone. Avevi acquistato un nuovo cellulare, ma non riuscivi a capire perchè per passare a Wind il commesso ti richiedesse obbligatoriamente i documenti, che non avevi. Ho dovuto spiegarti più volte anche io che erano necessari e ti ho fatto la ramanzina, perchè se ti perdessi in giro nei tuoi viaggi con l’autostop, i tuoi documenti ti servirebbero. Mi hai pure ringraziato per questo, non ci avevi mai pensato, ma effettivamente sarebbe stato meglio, non si sa mai.

    Poi, siamo andate al bar e ci siamo prese un caffè. Ormai avevi capito che di me potevi fidarti, il tuo sorriso quando mi hai vista entrare al negozio, la tua mano sul mio braccio mentre camminavamo vicine sotto l’unico ombrello per andare al bar, me l’hanno suggerito. Al ritorno, non hai nemmeno più commentato quanto fosse lunga la strada, ormai avevi capito che a casa ti ci avrei portata davvero.

    Non siamo mai state zitte, la tua – e anche un po’ mia – tipica emiliana naturalezza di entrare in confidenza con le persone, con semplicità, ci ha consentite di racconatarci molto delle nostre vite, anche se hai parlato più te, col tuo modo buffo di sorridere e di accettare le cose per come vengono, perchè tu “non porti rancore” e quello strano tic di fare sbattere la lingua a lato sui denti emettendo un suono stridulo, smorzato, come un risucchio.

    Il resto che mi hai raccontato, non preoccuparti, come ti ho promesso non lo scriverò. Sono cose tue, io ero solo una curiosa ascoltatrice.

    C’è una cosa però che voglio dirti, che non mi è uscita fuori, per pudore. Attraverso di te, perchè me la ricordi tanto, ho salutato a modo mio mia nonna che non c’è più.

    Al di là di tutto, cara nonna, sono felice di averti detto e ricordato che ho impressi nella memoria quel pomeriggio a cucinare insieme quei buonissimi, caldi e fragranti baci di dama, le tue cotolette panate due volte, il tuo trucchetto del coltello sotto la porta, per togliere la polvere. Per me sono e saranno bagaglio, insegnamenti, indelebili.

    Ciao nonna.

    Ciao Marisa.

  • Film e Cartoni

    Land of Mine – Sotto la sabbia

    Ieri sera ho visto Land of Mine – Sotto la sabbia, film danese del regista Martin Zandvliet, acclamato al Festival di Toronto nel 2015 e uscito nelle sale italiane nel 2016.

    Mi era capitato di vederne il trailer e la trama mi aveva incuriosita: in Danimarca, nel maggio 1945 dei giovani ragazzi tedeschi vengono deportati e si ritrovano a dover lavorare per i danesi provvedendo a rimuovere le numerosissime mine che l’esercito di Hitler aveva posizionato sulla costa, in previsione di un ipotetico sbarco degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

    Il film tratta di una storia realmente accaduta e poco nota: il governo danese impose effettivamente lo sminamento di tutto il territorio prima di concedere ai prigionieri della Wehrmacht di lasciare il paese e tornare finalmente a casa, spesso si trattava per lo più di ragazzi minorenni, spauriti e vittime più che carnefici.

    A ruoli invertiti, i cattivi diventano quindi gli ex progionieri, i nuovi buoni hanno i capelli biondi, gli occhi azzurri e i volti innocenti dei ragazzi tedeschi.

    La fotografia immortala splendidi paesaggi naturalistici della costa danese, con spiagge bianche incontaminate ma piene, sotto terra, di bombe, illuminate da gionate di sole a mare aperto.

    Le uniche figure visibili che inquietano in quell’ambiente tranquillizzante, sono le esili figure sdraiate a picchettare minuziosamente la sabbia per scovare le mine da disinnescare.

    Il ritmo all’inizio è incessante e tormentato, con ansia crescente scorrono le immagini degli arruolati intenti ad imparare il nuovo mestiere, con il rischio possibile di esplodere ad ogni tremolio o titubanza.

    Il clima poi si distende, anche se mai del tutto, e si riesce ad entrare meglio nelle piscologie dei personaggi, che vengono comunque appena sfiorate e più da intuire. Non spiccano davvero dei veri e propri protagonisti, come se la coralità delle singole azioni ed il contesto siano le vere urgenze narrative.

    Tra tutti, riveste un ruolo importante il sergente danese Rasmussen che ha il compito di dirigere l’operazione, all’inizio ostile e duro, ma che diviene poi empatico di fronte all’innocenza e all’immaturità dei sottoposti. Tra i ragazzi emerge Sebastian, il leader naturale, che diventa il simbolo di un intero popolo – quello tedesco – un popolo che perde i panni del crudele e feroce nemico, e diviene impotente, spaventato, composto da esseri umani disposti a guardarsi negli occhi e a dialogare.

    Ho apprezzato molto come Zandvliet sia riuscito a raccontare una storia difficile, interessante e poco nota in modo sobrio e delicato, senza inutili moralismi. I momenti intensi e passibili di banale sentimentalismo, sono trattati in modo semplice e non banale, quasi in modo distaccato ma non per questo meno toccante, anzi. Vengono suggerite le emozioni, senza dichiararle apertamente.

    Come a sostenere che la trama sia già sufficientemente potente ed efficace di per sè e non occorra aggiungere altro. Mi trovo pienamente d’accordo.

     

     

  • Libri & Fumetti

    FRIDA. Operetta amorale a fumetti.

    Cercavo dei regali, ma non ho resistito e l’ho comprata per me.

    Vanna Vinci con 24ORE CULTURA ha pubblicato questa graphic novel su Frida Kahlo, io l’ho vista appoggiata su un leggio di legno in libreria, tutta incelofanata, mi stava chiamando e io semplicemente ho risposto e l’ho comprata.

    In un dialogo con la sua fedele amica/alterego – la morte – costante “compagna di vita”, Frida racconta la sua storia, fornendo dettagli minuziosi, senza precludere niente, neanche il più piccolo e, agli occhi dei più, scabroso aspetto.

    Vanna Vinci offre un  rispettoso ritratto dell’artista attraverso disegni e colori fedeli allo stile e all’atmosfera delle sue opere, con dialoghi netti, senza inutili pudori.

    Io Frida me la immagino così come viene raccontata.

    Una donna tormentata e bella proprio perchè immersa nel suo tormento. Desiderosa di esserci, con una fame di vita così grande da resistere alle storture del suo corpo, al dolore lancinante, alle cure quasi sempre fallimentari. Profondamente libera, fedele e onesta con se stessa, così in grado di spingersi fino in fondo e di guardarsi in faccia sempre, senza fingere. Alla costante scoperta dei propri limiti, sempre con la volontà di accettarli, di superarli, di conviverci. Non riesco mai a vedere gli aspetti indecenti o violenti della sua personalità, per me è solo un gran bell’esempio di Donna e di essere umano.

    Frida sa accettare la morte, la guarda in faccia e ci parla. Vanna ce le racconta così, immerse in un dialogo costante, la morte si trasforma da nemico da temere a entità familiare e digerita. Da altro da sè, a un’altra sè, fino a fondersi in una sola entità. Frida l’ha incontrata da ragazzina nell’ incidente di cui porterà le conseguenze fino alla fine della sua vita, l’ha vista quando si è portata via con sè i suoi feti, l’ha vissuta nel cuore e ha dovuto venirne a patti, attraverso l’ amore per un uomo che profondamente voleva diverso, ma che comunque non si è potuta mai negare.

    Ho ripensato ancora una volta a quanto siano più interessanti le vite tormentate, a come i più grandi geni in ogni ambito abbiano vissuto vite difficili, abbiano dovuto affrontare dolori di varia natura e siano comunque riusciti ad esprimersi e a lasciarci tesori.

    Un tempo anelavo alla perfezione. Negli anni provo sempre di più un’irresistibile fascinazione per questo genere di tormenti, per le persone che risolvono e si riscoprono un po’ nuove, che vincono battaglie, che sanno guardare in faccia i propri limiti, superare il ribrezzo e trasformarlo verso una nuova espressione di sè. La perfezione invece non parla, non ha nulla da dire.

    In Frida trovo interessante la sua spinta costante verso il suo mondo interiore e il suo volerlo mostrare, Frida annulla la distanza tra il dentro e il fuori, fino a farli combaciare.A Frida non interessa lanciare messaggi politici, nè impartire lezioni di vita. Nei suoi quadri dice eccomi, nuda. Non c’è volontà di suscitare reazioni, c’è la sua personale necessità di guardarla anche da fuori la sua realtà, le sue ferite e la sua straripante emotività.

    Grazie Frida. Grazie Vanna.