• Mio

    Carver & me

    Si esce e si chiude la porta senza pensarci. E quando ci si volta a vedere quel che si è combinato è troppo tardi. Se vi sembra la storia di una vita, d’accordo. Pioveva…ma la cosa non mi ha stupita.

    Ho fatto un ghigno ed ho pensato “Ovvio, la Legge di Murphy!”

    Istintivamente ho cominciato a pensare a possibili soluzioni per rientrare in casa…”Finestra aperta? Qualcuno oltre a me ha le chiavi e soprattutto può portarmele? Mia madre!…la chiamo! No, cazzo…il telefono è in casa!….Ok, Eva, calmati…” Sorriso isterico, blaterando ad alta voce, a quel punto.

    Poi, quando ho realizzato che non c’era proprio niente da fare, mi sono fermata, ho tirato un bel sospiro e mi sono messa a guardare intorno, pensando un po’, ad altro.

    Osservavo il fiume sotto casa, ascoltando tutti i rumori, i gatti, le macchine…intravedevo quel piccolo scorcio di mare all’orizzonte, che già tante volte mi ero messa a guardare.

    “La nostra casa…che bello il nostro terrazzo, che bello tutto questo”.

    Miao però mi ha riportato alla realtà, con la coda dell’occhio ho notato una presenza, mi sono girata e l’ho trovata lì, dalla porta a vetri che mi fissava e apriva la sua boccuccia sfoderando uno dei suoi miao disperati interrogandosi sul senso della mia presenza fuori e soprattutto della sua, dentro, senza possibilità alcuna di venire lì con me. “Quella maledetta tenda che non sta mai chiusa….Cara Miao, ironia, della sorte, io invece vorrei proprio rientrare! Ho mille cose da fare, che ho interrotto, stupidamente!”

    Riperdo per un attimo quel senso di libertà, appena sfiorato prima, quella sensazione rara di quando mi obbligo a non pensare alle cose da fare e semplicemente, mi fermo. Fuori, da sola, senza possibilità di rientrare e di continuare a fare quello che stavo facendo – i doveri …di casa, di lavoro –mi sono costretta a fermarmi e mi stavo davvero rilassando. Ho cercato di recuperare quello stato, allora, di godermelo, di riprendere contatto con lo spazio che mi circonda, di sentirmene parte. Ed il fuori, mi ha riportato al dentro, di me.

    “Non posso non pensare come, anche questa volta, una cosa sgradevole – per altro combinata da me! – mi abbia portato a vivere una nuova situazione piacevole…e non posso non fare parallelismi con la mia vita e le mie esperienze di vita in generale.

    Quante azioni o scelte ho compiuto che mi hanno fatto male e che poi mi hanno consentito di trovare un bene per me? Molte, quasi tutte. Si chiama scegliere, Eva…forse un concetto banale, d’accordo, ma è davvero così per tutti? Davvero tutti o la maggior parte riescono a compiere scelte difficili o a fare cose evidentemente spiacevoli, perché portano lì per lì  un dolore o a una difficoltà, per un bene più grande, dopo? Senza neanche essere certi che ci sarà un bene, ma scegliendo, lo scoprono…Non lo so…”

    Ho annusato l’aria, riconcentrandomi di nuovo sul fuori, ma ritornando, in me, poco dopo. “Quante scelte ho fatto che mi hanno fatto del male,  quanto sono cambiata compiendole” Pensavo alle tante Eve che ho conosciuto e alla Eva che sono ora. “Sono in pace.”

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    Sì, me la godevo. Onestamente, seduta, a quel punto, sulla sedia (trovate pure due sigarette) riparata sotto la tettoia, me la godevo. Sola, pioggia, impossibilitata a rientrare, con la gatta a quel punto quietata, con l’unica possibilità di aspettarlo con le nostre chiavi di casa, il cuore in pace, tutto sommato me la godevo. …

    “Una volta volevo condividere tutto, ora apprezzo la solitudine. In realtà, una volta, ero alla ricerca del mio gemello che vivesse quasi in simbiosi insieme a me e le sentisse sulla sua pelle le mie sensazioni, identiche.

    Non che non mi piaccia condividere ora, tutt’altro, anche se mi piace di più ascoltarli, gli altri, ma riesco a vivermi bene lo stare sola e le mie sensazioni – il più delle volte almeno–

    Oppure mi sono abituata all’idea che non è possibile fare altrimenti?

    Invecchiare è abituarsi….e rassegnarsi. Oddio, questo, spero non mi capiti mai del tutto.

    Ma perché mi faccio tutte ste pippe mentali? Potrei provare ad essere, ancora, diversa? No, questo no, questo, mi piace.

    La mia ostinata, perenne e naturale volontà di cercare il senso di ogni cosa, la ricerca della “verità”, osservando tutto, curiosa, come se tutto fosse una scoperta e con la speranza che mi ricapiti ancora e ancora, di stupirmi.

    Invecchiare è anche stupirsi meno.

    Vorrei insegnare ai miei figli l’esistenza delle sfumature, ma pacatamente. Riuscire ad equilibrare la loro necessità, probabile, di aggrapparsi alle distinzioni nette del bianco e del nero per rassicurarsi.

    Io, le ho scoperte da sola e non è stato facile. Chissà poi, se ne avrò di figli…forse mi piacerebbe. Sì, credo di sì”.

    Un rumore di macchina ed asfalto mi ha fatto ritornare improvvisamente alla realtà. La pioggia stava finendo…mi sono alzata, ho visto la sua macchina, mi è scappato un sorriso. È arrivato…si rientra a casa insieme!

  • Citazioni

    Raymond Carver

     

     

     

     

     

     

    Un pomeriggio.

    Mentre scrive, senza guardare il mare,
    sente la punta della penna che comincia a vibrare.
    La marea si ritira sulla ghiaia.
    Ma non è per quello. No,
    è perché lei sceglie proprio quel momento
    per entrare nella stanza senza nulla indosso.
    Insonnolita, neanche tanto sicura di dove si trova
    per un momento.

    Si scosta i capelli dalla fronte.
    Si siede sulla tazza con gli occhi chiusi,
    il capo chino. Le gambe allargate. Lui la vede
    dalla porta.

    Forse sta ricordando cosa è successo la mattina.
    Perché dopo un po’ apre un occhio e lo guarda.
    E sorride dolcemente.

    Per Tess.

    Giù nello Stretto le onde schiumano, come dicono qui. Il mare è mosso e meno male che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente. Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello! Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie. A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua e il vento che fischiava sulla cima degli alberi, lo stesso vento che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso. Per un po’ mi son concesso il lusso di immaginare che ero morto e mi stava bene anche quello, almeno per un paio di minuti, finché non me ne sono ben reso conto: Morto. Mentre me ne stavo lí sdraiato a occhi chiusi, dopo essermi immaginato come sarebbe stato se non mi fossi davvero potuto rialzare, ho pensato a te. Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito e son ritornato a esser contento.

    È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.