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    Vincenzo Moretti e gli abitanti del TAG Sarzana. Nasce un racconto nel giardino dei sentieri che si incontrano.

    Venerdì scorso ho partecipato all’evento Happy Birthday Talent Garden – Sono le idee che contanto!, un evento organizzato per festeggiare il primo compleanno di TAG Sarzana.

    In questa bellissima occasione, tra gli ospiti che ho avuto il piacere di conoscere ed ascoltare, c’era Vincenzo Moretti, sociologo, scrittore e autore del #lavorobenfatto: il blog su Nòva del Sole 24Ore che racconta l’Italia che dà valore al lavoro, alla bellezza, al futuro, quell’Italia che mette testa, mani e cuore nelle cose che fa.

    L’incontro tra lui e tutti gli abitanti del Talent Garden, di cui faccio parte, è stato magico e gli ha fatto nascere un’idea. Ci ha chiesto di scrivere in 20 righe i nostri progetti e il motivo per cui abbiamo scelto proprio quel luogo per realizzarli, perchè ne diventasse un racconto in cui ognuno di noi potesse avere voce. Cogliendo appieno l’identità del luogo, che non è semplicemente uno spazio di lavoro condiviso, ma è soprattutto una comunità di persone che condividono e si arricchiscono reciprocamente, lo ha intitolato alla Borges come Il giardino dei sentieri che si incontrano.

    Alcuni di noi, compresa io, hanno già potuto veder pubblicati i propri contributi sul suo blog.

    E non potevo evitare, proprio qui, di riportare questa bellissima, unica, esperienza.

    Buona lettura!

    Il giardino dei sentieri che si incontrano

     

  • Racconti

    La campana

    Il traffico era insopportabilmente lento e faceva ancora caldo nonostante fosse una sera di fine settembre.

    Fortunatamente ho pensato di aprirmi il finestrino del taxi e mettere la testa  fuori per prendere aria e  coi capelli al vento, ho cominciato a guardarmi intorno.

    Non ho potuto non notare uno strano individuo che camminava sul marciapiede, nella mia stessa direzione, sembrava avesse perso qualcosa con quella testa china…all’inizio ho pensato che stesse guardando semplicemente a terra.

    Con tutto il traffico che c’era, l’uomo camminava praticamente alla stessa velocità del mio taxi, ed io non riuscivo a distogliere gli occhi da lui. Aveva uno strano modo di camminare, ipnotizzante: un movimento alternato dei piedi, con quei suoi mocassini marroni chiaro, lucidissimi.

    Ad ogni passo avvicinava un piede all’altro, per poi riallontanarlo in quello successivo, senza distogliere per un solo attimo lo sguardo, ma anzi, a testa china, completamente ignaro di tutto quello che gli capitava intorno, compresi i miei sguardi.

    E non sbagliava mai, sempre gli stessi movimenti: gamba destra in avanti, altra gamba in avanti e piedi accostati, gamba destra in avanti, altra  gamba in avanti ma piedi distanziati come a creare una campana, il gioco che facevo da bambina.

    Perché quel tizio continuava a muoversi in quel modo?

    Dall’aspetto era banale, un uomo come tanti: alto, ben messo, con uno strano impermeabile lungo da mezza stagione color kaki, avrà avuto una cinquantina d’anni, capelli radi, neri, occhiali da vista di plastica con una montatura logora tenuta insieme dallo scotch sulle stanghette.

    Pensavo fosse un caso, che dopo pochi passi avrebbe smesso, magari voleva semplicemente scansare qualcosa a terra. Invece no, continuava, ne ho contati almeno dieci di passi così, stessa andatura, stessa testa fissa su quei suoi mocassini marroni chiaro lucidi.

    Il taxi è passato oltre, lo ha superato, la mia testa dal finestrino, coi capelli davanti alla faccia per il vento, lo ha accompagnato con lo sguardo fino al punto in cui la macchina ha voltato e cambiato direzione.

    L’ultima cosa che vidi di lui, in quella serata, fu il riporto che con una folata di vento gli andrò a sbattere sulla guancia e a sbandierargli un paio di volte all’aria, prima di riadagiarsi tranquillamente nella sua posizione  forzata ma abituale, mentre lui, indifferente, continuava a guardarsi i piedi in quel suo strano balletto.

  • Racconti

    Don’t see

    Pietro si alzò dal letto, per andare a sciacquarsi la faccia e a farsi un caffè, come ogni mattina.

    Non poteva immaginare che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre.

    Eppure era cominciata come sempre, con l’ angoscia per lo stesso incubo: il ricordo di quel giorno, in cucina, seduto al tavolo, l’accasciarsi di suo padre di schiena, intento a cucinargli le uova. Sciaff, prima, seconda, terza manata di acqua sul volto, prima di aprire gli occhi e guardarsi. E non vedere niente riflesso. L’incredulità lasciò lo spazio all’ansia. Cominciò a guardarsi il corpo…c’era. Ma, come era possibile?

    In preda al panico, prese i jeans strappati e la maglietta dei Clash e corse fuori, scalzo. Andò a bussare alla porta di Sara come una furia, fino a quando sentì la sua voce assonnata: “Un attimo! sto arrivando! ma chi è a quest’ora?!” Quando Sara aprì, Pietro entrò di scatto, cercando disperatamente uno specchio, gridando: “Mi vedi?” Sara era incredula e senza parole.

    Davanti allo specchio della sala, Pietro rimase immobile, con gli occhi spalancati. Di fronte a lui, le immagini riflesse del divano, e della poltrona bordeaux, il gatto addormentato sulla coperta e la finestra. “Pietro, cos’hai?” L’immagine di Sara, si aggiunse alle altre. “Tu mi vedi?”. “Pietro, cosa stai dicendo? “Tu mi vedi lì, riflesso?” Sara lo fissava dallo specchio, riusciva a vederla. “Non capisco cosa ti stia succedendo, Pietro. Sono troppo stanca per discutere e comprenderti. Ovviamente sì, ti vedo”

    Pietro indietreggiò e si accasciò sul puff. Con gli occhi sgranati, i sudori freddi, quasi balbettando: “Sara, io non mi vedo. Vedo tutto riflesso, tranne Me!” Sara rimase in silenzio, attonita. Certo, Pietro era sempre stato strano. Da quando era arrivato ad abitare nell’appartamento accanto al suo aveva capito fin da subito che era una persona particolare, ci aveva messo mesi prima di riuscire a strappargli un saluto, ma poi, piano piano, erano diventati amici e spesso passavano del tempo insieme a chiacchierare della giornata, del lavoro e di quel giorno, soprattutto di quel giorno. Fu a quel punto che Sara capì.

    Gli porse la mano “Alzati. Dammi la mano e alzati.” Pietro ancora con gli occhi sgranati, fissi nel vuoto, non la guardava neanche. Sara gli afferrò la mano e a fatica riuscì a far alzare quel sacco vuoto e pesante. Lo trascinò davanti allo specchio accanto a lei. “Non c’è niente che non vada in te, Pietro. Non devi avere paura. Io sono qui, tu sei qui. Lui no, ma non è colpa tua. Guarda, guardati. Non succede niente, lo vedi? ” Gli stringeva la mano, Pietro sentì il suo calore. Le sue pupille cominciarono a focalizzare, il battito a calmarsi. Davanti al divano, alla poltrona bordeaux, al gatto sdraiato sulla coperta, piano piano, accanto a Sara, cominciò a vedersi, con la bocca semi aperta e gli occhi increduli e acquosi.

    Ma fu solo per un attimo. Poi, vide sfocarsi la sua immagine, prima di riscomparire nello sfondo netto della sala bordeaux.