• Racconti

    Don’t see

    Pietro si alzò dal letto, per andare a sciacquarsi la faccia e a farsi un caffè, come ogni mattina.

    Non poteva immaginare che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre.

    Eppure era cominciata come sempre, con l’ angoscia per lo stesso incubo: il ricordo di quel giorno, in cucina, seduto al tavolo, l’accasciarsi di suo padre di schiena, intento a cucinargli le uova. Sciaff, prima, seconda, terza manata di acqua sul volto, prima di aprire gli occhi e guardarsi. E non vedere niente riflesso. L’incredulità lasciò lo spazio all’ansia. Cominciò a guardarsi il corpo…c’era. Ma, come era possibile?

    In preda al panico, prese i jeans strappati e la maglietta dei Clash e corse fuori, scalzo. Andò a bussare alla porta di Sara come una furia, fino a quando sentì la sua voce assonnata: “Un attimo! sto arrivando! ma chi è a quest’ora?!” Quando Sara aprì, Pietro entrò di scatto, cercando disperatamente uno specchio, gridando: “Mi vedi?” Sara era incredula e senza parole.

    Davanti allo specchio della sala, Pietro rimase immobile, con gli occhi spalancati. Di fronte a lui, le immagini riflesse del divano, e della poltrona bordeaux, il gatto addormentato sulla coperta e la finestra. “Pietro, cos’hai?” L’immagine di Sara, si aggiunse alle altre. “Tu mi vedi?”. “Pietro, cosa stai dicendo? “Tu mi vedi lì, riflesso?” Sara lo fissava dallo specchio, riusciva a vederla. “Non capisco cosa ti stia succedendo, Pietro. Sono troppo stanca per discutere e comprenderti. Ovviamente sì, ti vedo”

    Pietro indietreggiò e si accasciò sul puff. Con gli occhi sgranati, i sudori freddi, quasi balbettando: “Sara, io non mi vedo. Vedo tutto riflesso, tranne Me!” Sara rimase in silenzio, attonita. Certo, Pietro era sempre stato strano. Da quando era arrivato ad abitare nell’appartamento accanto al suo aveva capito fin da subito che era una persona particolare, ci aveva messo mesi prima di riuscire a strappargli un saluto, ma poi, piano piano, erano diventati amici e spesso passavano del tempo insieme a chiacchierare della giornata, del lavoro e di quel giorno, soprattutto di quel giorno. Fu a quel punto che Sara capì.

    Gli porse la mano “Alzati. Dammi la mano e alzati.” Pietro ancora con gli occhi sgranati, fissi nel vuoto, non la guardava neanche. Sara gli afferrò la mano e a fatica riuscì a far alzare quel sacco vuoto e pesante. Lo trascinò davanti allo specchio accanto a lei. “Non c’è niente che non vada in te, Pietro. Non devi avere paura. Io sono qui, tu sei qui. Lui no, ma non è colpa tua. Guarda, guardati. Non succede niente, lo vedi? ” Gli stringeva la mano, Pietro sentì il suo calore. Le sue pupille cominciarono a focalizzare, il battito a calmarsi. Davanti al divano, alla poltrona bordeaux, al gatto sdraiato sulla coperta, piano piano, accanto a Sara, cominciò a vedersi, con la bocca semi aperta e gli occhi increduli e acquosi.

    Ma fu solo per un attimo. Poi, vide sfocarsi la sua immagine, prima di riscomparire nello sfondo netto della sala bordeaux.

  • Mio

    Carver & me

    Si esce e si chiude la porta senza pensarci. E quando ci si volta a vedere quel che si è combinato è troppo tardi. Se vi sembra la storia di una vita, d’accordo. Pioveva…ma la cosa non mi ha stupita.

    Ho fatto un ghigno ed ho pensato “Ovvio, la Legge di Murphy!”

    Istintivamente ho cominciato a pensare a possibili soluzioni per rientrare in casa…”Finestra aperta? Qualcuno oltre a me ha le chiavi e soprattutto può portarmele? Mia madre!…la chiamo! No, cazzo…il telefono è in casa!….Ok, Eva, calmati…” Sorriso isterico, blaterando ad alta voce, a quel punto.

    Poi, quando ho realizzato che non c’era proprio niente da fare, mi sono fermata, ho tirato un bel sospiro e mi sono messa a guardare intorno, pensando un po’, ad altro.

    Osservavo il fiume sotto casa, ascoltando tutti i rumori, i gatti, le macchine…intravedevo quel piccolo scorcio di mare all’orizzonte, che già tante volte mi ero messa a guardare.

    “La nostra casa…che bello il nostro terrazzo, che bello tutto questo”.

    Miao però mi ha riportato alla realtà, con la coda dell’occhio ho notato una presenza, mi sono girata e l’ho trovata lì, dalla porta a vetri che mi fissava e apriva la sua boccuccia sfoderando uno dei suoi miao disperati interrogandosi sul senso della mia presenza fuori e soprattutto della sua, dentro, senza possibilità alcuna di venire lì con me. “Quella maledetta tenda che non sta mai chiusa….Cara Miao, ironia, della sorte, io invece vorrei proprio rientrare! Ho mille cose da fare, che ho interrotto, stupidamente!”

    Riperdo per un attimo quel senso di libertà, appena sfiorato prima, quella sensazione rara di quando mi obbligo a non pensare alle cose da fare e semplicemente, mi fermo. Fuori, da sola, senza possibilità di rientrare e di continuare a fare quello che stavo facendo – i doveri …di casa, di lavoro –mi sono costretta a fermarmi e mi stavo davvero rilassando. Ho cercato di recuperare quello stato, allora, di godermelo, di riprendere contatto con lo spazio che mi circonda, di sentirmene parte. Ed il fuori, mi ha riportato al dentro, di me.

    “Non posso non pensare come, anche questa volta, una cosa sgradevole – per altro combinata da me! – mi abbia portato a vivere una nuova situazione piacevole…e non posso non fare parallelismi con la mia vita e le mie esperienze di vita in generale.

    Quante azioni o scelte ho compiuto che mi hanno fatto male e che poi mi hanno consentito di trovare un bene per me? Molte, quasi tutte. Si chiama scegliere, Eva…forse un concetto banale, d’accordo, ma è davvero così per tutti? Davvero tutti o la maggior parte riescono a compiere scelte difficili o a fare cose evidentemente spiacevoli, perché portano lì per lì  un dolore o a una difficoltà, per un bene più grande, dopo? Senza neanche essere certi che ci sarà un bene, ma scegliendo, lo scoprono…Non lo so…”

    Ho annusato l’aria, riconcentrandomi di nuovo sul fuori, ma ritornando, in me, poco dopo. “Quante scelte ho fatto che mi hanno fatto del male,  quanto sono cambiata compiendole” Pensavo alle tante Eve che ho conosciuto e alla Eva che sono ora. “Sono in pace.”

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    Sì, me la godevo. Onestamente, seduta, a quel punto, sulla sedia (trovate pure due sigarette) riparata sotto la tettoia, me la godevo. Sola, pioggia, impossibilitata a rientrare, con la gatta a quel punto quietata, con l’unica possibilità di aspettarlo con le nostre chiavi di casa, il cuore in pace, tutto sommato me la godevo. …

    “Una volta volevo condividere tutto, ora apprezzo la solitudine. In realtà, una volta, ero alla ricerca del mio gemello che vivesse quasi in simbiosi insieme a me e le sentisse sulla sua pelle le mie sensazioni, identiche.

    Non che non mi piaccia condividere ora, tutt’altro, anche se mi piace di più ascoltarli, gli altri, ma riesco a vivermi bene lo stare sola e le mie sensazioni – il più delle volte almeno–

    Oppure mi sono abituata all’idea che non è possibile fare altrimenti?

    Invecchiare è abituarsi….e rassegnarsi. Oddio, questo, spero non mi capiti mai del tutto.

    Ma perché mi faccio tutte ste pippe mentali? Potrei provare ad essere, ancora, diversa? No, questo no, questo, mi piace.

    La mia ostinata, perenne e naturale volontà di cercare il senso di ogni cosa, la ricerca della “verità”, osservando tutto, curiosa, come se tutto fosse una scoperta e con la speranza che mi ricapiti ancora e ancora, di stupirmi.

    Invecchiare è anche stupirsi meno.

    Vorrei insegnare ai miei figli l’esistenza delle sfumature, ma pacatamente. Riuscire ad equilibrare la loro necessità, probabile, di aggrapparsi alle distinzioni nette del bianco e del nero per rassicurarsi.

    Io, le ho scoperte da sola e non è stato facile. Chissà poi, se ne avrò di figli…forse mi piacerebbe. Sì, credo di sì”.

    Un rumore di macchina ed asfalto mi ha fatto ritornare improvvisamente alla realtà. La pioggia stava finendo…mi sono alzata, ho visto la sua macchina, mi è scappato un sorriso. È arrivato…si rientra a casa insieme!